Ulivi dalle fattezze umane

Il Salento è una terra ricca di leggende, dove il mito si mescola alla storia e la cultura popolare è figlia diretta di popoli antichi che, anche tramite Greci e Latini, ci hanno consegnato tradizioni e credenze davvero suggestive. E questa magia diviene ancora più forte se ci si sofferma sui secolari ulivi che in questa terra la fanno da padrona: imponenti, ritorti, argentei nelle loro fronde e impressionanti nelle forme che assumono. Alcuni addirittura divengono “antropomorfi” e sembrano nascondere nel loro interno corpi umani, desiderosi di raccontare quanto accaduto in passato e quanto visto nei secoli.

Ma è davvero solo suggestione? O davvero quegli ulivi sono “diversi”? Nicandro di Colofone era un poeta greco antico del II secolo a.C. e scrisse, anche lui come Ovidio, le Metamorfosi, un poema in 5 libri su miti di eroi ed eroine trasformati dagli dei in piante o in animali. E proprio nel suo poema, Nicandro scrive che, in un luogo della Messapia chiamato dei “Sassi Sacri” ci fu una sfida tra gli abitanti del posto e le ninfe Epimelidi:

«Queste cose sono accadute molto tempo prima della spedizione di Ercole. In quel tempo si viveva con le pecore e i pascoli. Si racconta dunque che, nella terra dei Messapi, presso il luogo chiamato dei Sassi sacri, apparvero le ninfe Epimelidi che guidavano le danze. I fanciulli messapi, osservandole danzare, abbandonarono le greggi e, dirigendosi verso di loro, affermarono di poter condurre ancor meglio le danze. Le ninfe non gradirono questo discorso e si gareggiò tra le parti: i fanciulli pensavano di sfidare donne mortali, erano ignari di competere con esseri divini. I giovinetti avevano una maniera di ballare semplice, rozza, come quella che si addice ai pastori, di contro, quella delle ninfe, si accresceva d’eleganza ad ogni passo. Vinti i fanciulli così dissero loro: pazzi, avete sfidato le ninfe Epimelidi e, poiché siete stati sconfitti, sarete puniti. Fu così che i pastori messapi, nel luogo stesso ove si erano fermati, vicino al tempio delle ninfe, si mutarono in ulivi: ed oggi, si ode, di notte, una mesta voce proveniente dalla selva, quasi a lamentarsi. Il luogo si appella delle ninfe e dei fanciulli».

E così, sconfitti, i pastorelli subirono la loro metamorfosi e vennero trasformate dalle ninfe in alberi di ulivo. E a Giuggianello, comune in provincia di Lecce, il mito rivive in un albero in Contrada Polisano. Viene chiamato da tutti l’ Ulivo Urlatore e a guardarlo si capisce perché: due unici rami svettano verso il cielo, con le fronde che al vento sembrano dita che si dimenano; il tronco ha scolpito su di sé un volto sofferente, con occhi sbarrati e bocca aperta in un urlo perenne di dolore e di aiuto, ma le radici sono ben piantate al terreno e quelle gambe, da lì, non potranno muoversi mai. C’è chi giura di aver sentito, recandosi in quella campagna che da sempre a Giuggianello viene definita la Collina delle Ninfe e dei Fanciulli,  gli alberi lamentarsi … suggestioni, forse, regalate dal passaggio del vento attraverso i rami di quegli ulivi.

Un altro suggestivo ulivo si trova a ridosso della Collina, un’ altra vittima della Metamorfosi forse … perché il suo tronco intrappola un viso davvero perfetto, impressionante nella sua espressione; pare venuto fuori da film come la Storia Infinita o Fantaghirò e, ad osservarlo, sembra proprio custodire in sé millenni di aneddoti da voler raccontare. Si tratta dell’ ulivo Matusalemme, ubicato nel Parco dei Paduli, nella Foresta “La Silva” che si estendeva nel cuore del basso Salento, dalla Serra della Vecchia, la mitologica “Collina dei Fanciulli e delle Ninfe” nell’ entroterra dell’ orientale Otranto, fino alle serre occidentali di Parabita-Matino. E quest’ Ulivo è lì da sempre, come un vecchio guardiano del Salento. Ed è lì, fermo e in silenzio, a ricordare che l’ uomo non dovrebbe mai sfidare il divino e forse, guardando Matusalemme, dovremmo ricordarci di non sfidare mai nemmeno la natura.

Ulivi dalle fattezze umane
Ulivi dalle fattezze umane

Ma l’ aspetto leggendario di questa parte di Salento non finisce qui. Nella Metamorfosi Nicandro di Colofone accenna anche ad Ercole, al tempo della sua “prima spedizione”, ovvero l’ inseguimento dei Titani Leuterni, colpevoli di aver sfidato Zeus, e definitivamente sconfitti a Santa Cesarea Terme. Arrivò nella città termale passando da Giuggianello, presso i “Massi della Vecchia”.

«Nella Japigia, vi è una pietra talmente grande da non poter essere caricata su alcun carro. Tale masso è stato alzato e trasferito lì da Eracle, ed attualmente basta un solo dito per muoverlo» scriveva Aristotele nel De Mirabilibus Auscultationibus. Ed ecco che nascono nuove leggende. In un luogo in cui il lavoro certosino di pioggia e vento hanno scolpito le rocce calcaree, l’ uomo aggiunge il mito e regala altra magia al grande spettacolo che è la natura. Tra Minervino e Giuggianello si osservano tre monoliti del Miocene, poco distanti tra loro che insieme raccontano fatti ben precisi.

Il primo masso è il cosiddetto Piede di Ercole, un monolite a forma di zampa palmipede, ma che i racconti amano trasformare nell’ impronta lasciata da Ercole per andare a sconfiggere i Titani. Durante il combattimento con questi, pare anche che Ercole abbia scagliato un masso che poi si è posizionato così in equilibrio che la semplice pressione di un dito riuscirebbe a farlo cadere. È chiamato Masso Oscillante di Ercole, ma in realtà questo si intreccia con un’ altra leggenda che porta ai folletti, alle streghe e agli orchi che ancora pare abitino il Salento. Ebbene, questo macigno è chiamato anche Furticiddhru de la Vecchia e vede protagonista la Striara, moglie de lu Nanni Orcu. In questa credenza, la tradizione vuole che il masso sia l’ arcolaio (furticiddhru in lingua locale) con cui la vecchia fila mentre decide le sorti dei contadini: una specie di rappresentazione popolare della vita che è retta da un filo. Pochi metri più in là l’ ultimo masso, definito Lu Lettu dalla sua forma, su cui la striara soleva riposare con il marito. I ruoli della Vecchia, però, non finiscono qui, poiché la leggenda la vuole custode dell’ acchiatura, il tesoro nascosto consistente in una chioccia e 7 pulcini d’ oro. Due i modi per poter ottenere tale fortuna, nel giorno dedicato a San Giovanni: riuscire a spostare il Masso Oscillante con un dito (eventualità che avrebbe reso ricchi, ma avrebbe portato anche disgrazie) oppure, sempre la mattina del 24 giugno, rispondere a tre domande poste dalla Vecchia senza dimostrare paura e esitazione e senza distogliere mai lo sguardo, altrimenti si verrà trasformati in un altro monolite.

Che l’ acchiatura esista o meno, il tesoro su quella collina delle Ninfe e dei Fanciulli, a ridosso del Parco dei Paduli, c’è e come. Consiste in millenni di storia, in opera certosina della natura che ha saputo modellare rocce e generare ulivi, dalle cui fattezze sono nate opere classiche che hanno narrato avventure di semidei e Titani, dal cui mito sono nate credenze popolari che delineano il corso degli eventi, fino a parlare di un intero popolo. E allora lasciamoci trasportare dalla magia, cerchiamo quelle ninfe che ballano, i fanciulli che urlano e magari rivolgiamoci alla Vecchia striara. Il caro e silente Matusalemme sarà troppo stanco per sconsigliarci di non farlo.

Fonte: briganti.info

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