Siccità, è allarme per olio extravergine

C’è preoccupazione tra i produttori di olio perché si stima un calo a livello nazionale del 30%, con punte del 50% al Sud, in particolare in Puglia. A lanciare l’allarme è il Consorzio Nazionale Olivicoltori,che però assicura: la qualità è salva. Colpa della siccità, ma non è l’unica. In Puglia, dove nel Barese di concentra il 60% della produzione nazionale,hanno pesato le nevicate di gennaio,la grandinata di 10 giorni fa che ha causato la perdita del 70% delle olive nelle zone del Tavoliere.

Una doppia emergenza, dunque, da fronteggiare per gli ulivi: l’allarme siccità e la diffusione del contagio da Xylella, un pericolo che resta reale e minaccia costantemente le piante millenarie nel brindisino. Olivicoltori già sul campo da settimane per preparare la prossima stagione, dopo un’annata, quella del 2016, da cancellare in fretta. Ed i buoni propositi per lasciarsi alle spalle l’ultima nefasta campagna olearia c’erano tutti, dopo le temperature primaverili che avevano favorito un’ottima fioritura. Ma il caldo torrido delle ultime settimane, ora, rischia seriamente di influire sulla prossima produzione. Obiettivo è preservare la qualità. «Dopo la campagna 2016-2017 la peggiore degli ultimi 10 anni l’olivicoltore aveva qualche speranza in più nella produzione per il 2017-18: gli olivi si sono presentati in primavera con un’ottima fioritura che facilitata dalle fresche temperature di maggio e dai venti provenienti da nord si è convertito in una buona mignolatura soprattutto per gli olivi secolari millenari di varietà oliarola.

“La siccità sta dando il colpo di grazia a un’annata già difficile per le piante di ulivo”, spiega Gaetano Bonasia, agronomo del Cno e direttore tecnico della Op Oliveti terra di Bari. “Il calo della produzione dovrebbe essere intorno al 30% tuttavia la qualità è salva – prosegue Bonasia – Lo possiamo dire fin da adesso, sarà un’annata eccezionale sotto quel profilo anche perché non abbiamo avuto il problema della mosca”.

Gli ulivi pugliesi, infatti, soprattutto nel barese dove si concentra il 60% della produzione nazionale di olio d’oliva italiano, hanno subito una serie di problemi a causa dei cambiamenti climatici, a cominciare dal calo termico di gennaio dovuto alle abbondanti nevicate e alla caduta di frutti freschi tra maggio e giugno a cui si è aggiunta la siccità e, ultima in ordine di tempo, la forte grandinata che si è abbattuta il 12 agosto ha causato la perdita del 70% delle olive che sono finite in terra in certe zone del Tavoliere.

Quanto alla xylella fastidiosa che ha seminato vittime tra gli uliveti secolari del Salento la situazione, per Bonasia, si può ritenere “sotto controllo” anche se molti alberi sono stati abbattuti ma almeno è stata arginata la diffusione del batterio che se non viene fermato viaggia al ritmo di 20 chilometri l’anno verso nord. In Sicilia e Calabria, tra le regione più vocate all’olivicoltura dopo la Puglia, si è aggiunto poi il problema del tripide che ha causato gravi perdite di fiori e quindi di frutti.

La soluzione auspicata dagli olivicoltori sarebbe quella di un aumento della coltivazione attraverso nuovi impianti di uliveti intensivi. “Non siamo a favore di uliveti super intensivi- spiega Bonasia – ma occorre aumentare la produzione con gli impianti di uliveti intensivi con 350-400 piante per ettaro, contro le attuali 200 con cultivar italiani e non stranieri. Inoltre, servirebbe pianificare l’irrigazione nei campi desalinizzando l’acqua del mare e, prendendo a modello il sistema israeliano, dove l’acqua scarseggia. Per fare tutto questo però servirebbero gli aiuti, una ocm (organizzazione comune dei mercati) dell’olio, non solo del vino”.

 

Gaetano Bonasia

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